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Pinco Pallino sono io

Quando raccontavano “Quella sera eravamo in tre……. o quattro”, o quattro ero io.

In qualche modo ero sempre io, anche se non c’ero, perchè “o quattro” era e può essere, una condizione interiore.
Ho sofferto di questo per tutta la mia adolescenza e forse più e forse anche nell’infanzia. Quanta fatica si fa per essere riconosciuti.
A poco più di vent’anni mi imbattei in questa frase:

“L’uomo comune cerca certezza negli occhi di chi ha di fronte, e chiama questo fiducia in sé. Il guerriero cerca d’essere senza macchia agli occhi dello Spirito, e chiama questo umiltà”.

Mi sentii nutrito di un nettare mai provato. Negli anni a venire tutto si capovolse, compresi che la vera strada era realizzare in tutto e per tutto la condizione di Pallino Pinco. Ho fatto tante cose per percorrere questa via, senza aimè riuscirci come vorrei, per questo ancora non posso definirmi libero.

Quando non te l’aspetti

Intorno ad un tavolo io ed altre sette persone. Dovevo argomentare su alcune tecniche di lavoro sul corpo, medicine complementari ecc. Il discorso prende una direzione un po’ diversa, senza volerlo ci si addentra nel mondo della medicina cinese, le costituzioni, i caratteri, gli elementi. Discorsi triti e ritriti ormai, ma avvertivo in quel momento una particolare sensazione, un’attenzione interessata e non obbligata dal fatto di essere in una scuola. Infatti ho portato con me quella sensazione fino ad oggi e mi ha dato tanto più di quello che avrei immaginato. A volte le parole possono aprire brecce che non immaginiamo, mi stupisco sempre, nonostante  sappia che il Verbo è l’origine. Alcune di queste persone manifestavano il loro sentirsi in quelle parole, risonanze interiori legate a sofferenza, difficoltà, quello star male a volte non ben definito che la vita spesso ci fa esperire. So, che quando la parola è guidata da un nobile fine, che fine non ha, se non quello di allargare la consapevolezza e il campo di possibilità che il nostro animo ci mette a disposizione, può orientarci verso nuove rotte. Vi auguro di trovare la stella polare che guidi senza sforzo il vostro procedere.

Care amiche di una chiacchierata, grazie per la vostra attenzione e per aver dato ulteriore forza a quello che faccio nella vita per essere migliore.

Dicembre 1985

E’ una fredda mattina di dicembre, sono le 7.00 e mi trovo in riva al mare. Alle 8.00 devo essere a lavoro, c’è una cartellino da timbrare. Troppe cose non capisco della mia vita, sono nel caos assoluto, ho un disperato bisogno di qualcosa che combaci con quello che ho dentro, ma nulla combacia nella mia vita, tutto stride, tutto è avvilente, famiglia, lavoro, amore. Ho 21 anni e la testa piena di se e di ma. Piango, non per un motivo particolare, ma perché tutto è tristemente pesante.

C’è un po’ di foschia e le particelle d’acqua create dalle onde riempiono l’aria, il mare fa paura, l’espressione della potenza della natura è lì davanti a me. Osservo il mare e sembra di specchiarmi, vedo i vortici, la forza dirompente, instabile e potenzialmente distruttiva, io sto come il mare, tutto quel gran fracasso delle onde, quel caos ribollente, sono io il mare, la tempesta è dentro me. Vorrei spegnermi, anestetizzarmi, interrompere quel flusso continuo di “star male” e non avere medicine adatte, ora, subito, ad effetto istantaneo. Cammino infreddolito e penso che domani sarà come oggi e come ieri, non c’è via d’uscita.

E’ una fredda mattina di dicembre, sono le 7.00 e cammino in spiaggia. Il cielo è limpido, il mare è calmo, respiro, chiudo gli occhi per sentire l’aria che mi attraversa le narici e riempie i polmoni. Oggi è come ieri, non posso specchiarmi nel mare, in me c’è ancora tempesta. Potesse come il cielo e il mare oggi, trovare pace il mio animo. No, per me tutto è stato sempre difficile, tutto sempre in salita, da sempre non c’è un cielo ad ordinare e calmare venti e maree in me.

Tutto è quieto intorno, il mare piatto, sulla riva montagne di rifiuti rovesciati lì dalla burrasca del giorno prima; un pensiero attraversa la mia mente, una “scoperta” inaspettata, per un attimo una piccola luce spacca il buio totale del mio animo. La tempesta permette al mare di disfarsi dei tanti rifiuti che si porta dietro, una sorta di catarsi biologica fino alla quiete. Anch’io allora arriverò a questo prima poi, vomiterò tutto il pesante della mia infanzia, della mia adolescenza e poi sarò quieto e sereno come oggi il mare e il cielo. Cammino orgoglioso della mia illuminante riflessione e tra i cumoli di legni e rifiuti calpesto un cartoncino dove nitida si legge ancora una scritta. Lo raccolgo e leggo “C’è bisogno di una tempesta interiore per generare una stella danzante”  Nietchze, un nome quasi sconosciuto per me all’epoca. Rimasi sbalordito, quel foglietto era lì per me, erano i miei pensieri della tempesta e del mare calmo.

Andai a lavoro, alle 8.00 c’era un cartellino da timbrare; dissi al mio amico collega di lavoro :” un giorno sarò una stella danzante”. Ero euforico, per la prima volta guardai diversamente le mie tempeste interiori, fu l’inizio di una futura rinascita.

Che ricchezza il mare.